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Ormai sono alcuni decenni che la coltivazione del grano non interessa alcun ettaro della superficie caronese e risulta incredibile affermare che prima di ciò, tale coltura occupava quasi tutti i terreni lasciati liberi dai boschi. Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Si è comunque concordi nell'affermare che le principali risiedono nell'abbandono generale dell'agricoltura da parte delle recenti generazioni e nelle difficoltà di meccanizzazione delle operazioni colturali a causa dell'accidentata morfologia del territorio. Con l'abbandono del seminativo sono scomparsi alcuni mestieri ad esso legati quale quello "ru pastaru" e "ru mulinaru". Va anche considerata l'importanza che il grano, ed anche il pane suo diretto derivato, ha rappresentato, non solo dal punto di vista alimentare, ma anche simbolico quale incarnazione del sostentamento principale della famiglia (noti sono i detti quali "vuscarisi 'u pani" - "purtari 'u pani a casa" - "a cu ti runa 'u pani, chiamalu patri") nonché per le implicazioni di carattere religioso (es. "'i lavurieddi" del Venerdì Santo", "'a cuccìa" per il giorno di Santa Lucia etc.). Per questi motivi si reputa importante descrivere, soprattutto per le nuove generazioni, le modalità di esecuzione delle operazioni colturali nelle quali si sono cimentati quasi tutti i caronesi, non solo agricoltori, ma anche artigiani come muratori, falegnami, fabbri, calzolai etc.. (quando trovavano un pezzo di terra in concessione "pi farisi 'u siminatu"!!!). Il tutto cominciava quando "s'impaiavanu 'i voia", ovvero si aggiogavano due buoi od anche due robuste vacche; al giogo si collegava l'aratro a chiodo ("'a piertica ri l'aratru a chiuovu") per lavorare il terreno che doveva ospitare il seme del frumento (fari 'i maìsi). Una vera rivoluzione fu rappresentata (per quelli che se lo potevano permettere) dall'introduzione, dopo il secondo conflitto mondiale, del moderno "aratru amiricanu" in acciaio e provvisto del dispositivo voltaorecchio che sostituì gradatamente l'aratro interamente costruito in legno con la sola punta di ferro. Vi è anche da dire che chi non possedeva aratro o non poteva pagare tale operazione "avìa tiempu ri sciamarriari" ( lavorare il terreno con il piccone, "'u sciamarru"). Si procedeva, in genere nel mese di novembre, alla semina in seguito alla quale "niscianu 'i lavura" ovvero emergevano le piantine di grano le quali venivano ripetutamente liberate dalle erbacce con una piccola zappa (si "zappuliavanu 'i lavura"). Giunge finalmente il periodo della mietitura ed i mietitori, provvisti di falce legata alla cinghia dei pantaloni e di canna da infilare al mignolo della mano sinistra per proteggerselo da eventuali "tagghiatine", si avviano verso i campi dove il frumento, dopo essere stato raccolto in "manate", viene sistemato in covoni ("'i regni").Dopo un breve periodo di deposito in campo, queste ultime vengono caricate e trasportate nell' "aria", ovvero in un luogo piano, di forma circolare, dove il terreno era ben compattato e ben esposto al vento. In questo luogo avveniva la trebbiatura svolta in distinte fasi: la prima consisteva nello spargere i covoni sul terreno e, mediante gli zoccoli di cavalli o muli che vi passavano sopra ripetutamente o mediante una grossa pietra piatta trascinata dai buoi, cioè, con termini dialettali, "si pistavanu i regni" al fine di ottenere la sgranatura delle spighe; successivamente "cu furcuni" si separava la paglia. La pula ed il resto della spiga (parti minute) venivano separati con l'ausilio del vento: si "spagghiava", ovvero, con una pala di legno si lanciava il materiale in aria che, per differenza di peso, si depositava in luoghi diversi; l'operazione veniva poi completata con l'ausilio di appositi setacci ("'u crivu"). Tale operazione richiedeva spesso giorni di trepidante attesa in quanto si aspettava il soffiare dei venti favorevoli. La paglia veniva poi riposta "'nte 'ncucchi" (sorta di capienti sacchi da caricare sulle bestie da soma) e depositata "'nta pagghiera", mentre il frumento, trasportato nei sacchi, veniva accumulato nei magazzini "'nte saravuli" (grandissimi sacchi tenuti in piedi con assi di legno disposte internamente). Il frumento, prima di essere avviato al mulino veniva cernìto a mano dalla componente femminile della famiglia per separare semi estranei, cariossidi ammalate, piccoli sassolini e zollette di terra. Questa operazione svolgeva un'azione aggregante in quanto, spesso, veniva coinvolto anche il parentato ed il vicinato. Con ciò speriamo di aver fornito un quadro abbastanza chiaro di alcuni, ormai desueti, gesti legati alle nostre origini e che, oltremodo, hanno comportato tante implicazioni a livello sociale.
(Tratto dal Calennariu Carunisi 2001 - Mese di Luglio) |