Cippo di Quinto Cecilio


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Nel cortile maggiore del Museo Nazionale di Palermo si trova un cippo marmoreo, alto circa un metro e largo cinquanta centimetri, che riveste notevole importanza per la storia del nostro paese.

Il cippo, di fattezze classiche, presenta sul lato frontale una serie di fasce aggettivanti, all'interno delle quali vi è incisa un'iscrizione commemorativa. Nella due facce laterali si trovano due altorilievi: a sinistra, è decorata una oinocoe (un vaso a forma di brocca con una sola ansa usato per mescere il vino), a destra una patera (una sorta di tazza larga e bassa senza anse, usata presso gli Etruschi ed i Romani per le libagioni agli dei).

Tale rinvenimento, di grande interesse storico ed archeologico, è avvenuto nel 1840 a Marina di Caronia nei pressi della Chiesa della SS. Annunziata. Il cippo marmoreo risulta essere entrato nel Museo Nazionale di Palermo il 20 ottobre del 1887 e preso in carico nel registro di entrata con il numero 1030 che indica come provenienza: Marina di Caronia, contrada Baglio del Duca.

Inverosimilmente, alcuni studiosi hanno messo in dubbio tale provenienza, ipotizzando che lo stesso fosse stato ritrovato a Tusa (tra le rovine di Alesa) o addirittura a S. Agata di Militello. Grazie al Prof. Pietro Fiore, che ha pubblicato sulla rivista "Sicilia archeologica" due autorevoli lavori intitolati: "Il cippo di Quinto Cecilio Calactense e la zona archeologica dell'antica Calacta" e "Ancora sul cippo di Quinto Cecilio", si può affermare con sicurezza che il cippo è stato portato alla luce nel nostro territorio. Tutto ciò, insieme agli altri ritrovamenti che si sono succeduti negli anni, è di grande importanza per poter stabilire dove sorgeva l'antica Calacta; è avvalorata l'ipotesi che l'antica città fondata da Ducezio sorgesse nella zona che si estende dalla Chiesa della SS. Annunziata alla necropoli di San Teodoro, quest'ultima meglio conosciuta come "chianu ri pupiddi".

L'iscrizione sul cippo funerario, oggi non perfettamente leggibile, darebbe l'impressione che in origine fosse: "QUINTUS CAECILIUS CALACTENSIS ATENEO ROMANO VIXIT", mentre, in un secondo tempo venne modificata, (forse dallo stesso autore del cippo o, ancor più valida ipotesi, da una seconda mano) con l'aggiunta dell'avverbio "PULCRITER".

Si ipotizza che l'epigrafe ricordi un nostro famoso concittadino, tale Quinto Cecilio, nato a Calacta nel 50 a.C. e poi trasferitosi nella Roma di Augusto, ove partecipò attivamente alla vita culturale. Delle sue numerose opere, meritano di essere ricordate: "Sullo stile dei dieci oratori" - "Trattato delle guerre servili" - "Sul sublime".

Ci auguriamo che i nostri politici, oltre a pensare all'ordinaria amministrazione, promuovano l'inizio di razionali scavi archeologici che potenzialmente possano aprire le porte alla crescita culturale ed economica del nostro paese.

 

(Tratto dal Calennariu Carunisi 2000 - Mese di Luglio)