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Il
fenomeno emigratorio Caronese si inserisce in quello più generale verificatosi
in Sicilia. In esso si possono distinguere tre fasi.
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Agli
inizi del secolo l'emigrazione è transoceanica e conduce verso l'America
del Nord e del Sud. E' l'estrema indigenza, l'impossibilità di soddisfare i
bisogni primari, che fa muovere la gente che qui lascia il poco che ha,
andando incontro all'incognito, armato solo di speranze. Questi nostri
compaesani trovano spesso situazioni più disperate di quelle che hanno
lasciato ed alcuni di essi non hanno più dato notizie di se. In questo
periodi in tutta la Sicilia si assiste al fenomeno, retaggio del medioevo,
del latifondo: a Caronia quest'ultimo è rappresentato quasi per intero dai
terreni dei Pignatelli, che erano fra l'altro proprietari del castello. La
causa principale di questa emigrazione è da ricercare quindi nello
sfruttamento, da parte dei proprietari terrieri, dei contadini che non
traggono il sostentamento dal loro duro lavoro su terreni ingrati.
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Dopo
la fine del secondo conflitto mondiale, grandi speranze avevano suscitato le
leggi di riforma agraria che intendevano abolire il feudo e ridistribuire la
terra divisa in lotti ('a lotta) a chi ne faceva richiesta. Nella fase
attuativa la riforma interessò esclusivamente la grande proprietà terriera
che si vide espropriata della quasi totalità dei terreni: in massima parte
marginali, che diedero origine a lotti di terreno aventi estensione
insufficiente ad assicurare un reddito bastevole per la famiglia contadina.
Inoltre l'ente preposto all'assegnazione della terra ben poco fece per
realizzare opere di miglioramento fondiario che permettessero la creazione e
l'avvio di una vera azienda, ne tantomeno curò la formazione di una
categoria di proprietari contadini: poco muto quindi dal punto di vista
economico. Così negli anni sessanta, in seguito alle nuove opportunità
offerte dagli altri settori produttivi del settentrione e dell'Europa, si
verifica l'abbandono e la fuga dalle campagne ed il tramonto quindi del mito
della proprietà nei ceti rurali: diminuiscono significativamente gli ettari
coltivati. Il consuntivo di tale esodo è disastroso: la diminuzione degli
attivi in agricoltura non ha assunto in Sicilia l'aspetto che è proprio
delle economie sviluppate, ma si è invece tradotto in un autentico
impoverimento umano generalizzato: oltre all'aspetto economico, si è
assistito a Caronia ad un vuoto generazionale che ha contribuito nel far
perdere la continuità delle nostre radici e della nostra cultura.
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Attualmente
Caronia, come tanti piccoli paesi del Sud, non offre sufficienti occasioni
di lavoro ai giovani e quindi, in modi e tempi diversi da quelli precedenti,
emigrano: non vanno via spinti dalla estrema necessità in quanto i
cosiddetti ammortizzatori sociali consentono di vivacchiare; non vanno via
attratti da favorevoli condizioni presenti al Nord, dove attualmente si vive
una profonda crisi occupazionale generalizzata; vanno via solo quando,
partecipando ai vari concorsi, ottengono un posto di lavoro, nelle forze
armate, nei vari settori del pubblico impiego, ecc. e cercano, nel tempo, di
ottenere il trasferimento per lavorare nei grossi centri viciniori per
essere vicini agli anziani genitori ed al paese.
Appare
evidente la relazione fra depressione economica ed emigrazione. Oggi occorre
riflettere, in considerazione anche della crisi del lavoro in tutto il
territorio nazionale ed oltre, sulla necessità di un ritorno all'agricoltura
quale occasione di attività economica svolta a carattere imprenditoriale,
sfruttando le potenzialità del nostro territorio legate soprattutto alle
risorse derivanti dall'ambiente. Per realizzare ciò, esistono svariati
incentivi di ordine economico, ma se non ci impegniamo in prima persona ed
aspettiamo che siano quindi gli altri ad elargirci idee e mezzi, non otterremo
mai nulla di veramente risolutivo e duraturo.
(Tratto dal Calennariu Carunisi 1999 -
Mese di Agosto)
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